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Fiorentina-Milan 2-2, alias Tagliahahavento

La sorella di Tagliavento: tutta sua madre.

La sorella di Tagliavento: tutta sua madre.

Nella domenica in cui Mario Balotelli si prende una giornata di ferie pagate, limitandosi a conquistare qualche calcio di punizione a un chilometro di distanza dall’area di rigore, la parabola del figliol prodigo Riccardo Montolivo, rivisitata tipo che al posto di ammazzare il vitello grasso volevano ammazzare direttamente lui, viene rovinata da un arbitraggio di merda estroso da parte del signor Tagliavento, già in passato autore di prove ridicole come quella di oggi. Tutte queste subordinate per dire che con un pizzico di attenzione in più e un arbitraggio decente, si poteva anche chiudere quasi definitivamente il discorso-terzo posto.

Stesso metro di giudizio, please

Comincia la partita e volano una serie di calci – verso i milanisti – e di insulti – verso l’arbitro – che si perdono nel (Taglia)vento. Poi l’inverecondo direttore di gara si rende conto che così non va, e decide di espellere Tomovic per quella che in diretta era sembrata una gomitata intenzionale, anche perché El Shaarawy non è tipo da simulare o da cadere per un buffetto – ogni riferimento a cose o a LJAJIC! è puramente casuale.

Nel secondo tempo la Fiorentina ottiene due rigori nello spazio di sei-sette minuti, per interventi che a parti invertite avrebbero fatto partire i classici cori che accomunano alla Juventus le squadre che sono solite mestare nel torbido. Roncaglia stoppa il pallone in area con il braccio largo come uno dei Village People durante YMCA, ma Tagliavento è così vicino all’azione e così ben posizionato che non vede niente. Apprendiamo dunque che si può soffrire di presbiopia acuta ed improvvisa.

La partita

Detto ciò, non si può pareggiare una gara che a metà del secondo tempo ti vede in vantaggio di due gol e con l’uomo in più. Una gara iniziata benissimo, con la squadra corta e rapida nel ripartire, una buona circolazione della palla e un accenno di pressing alto che favorisce anche la cappella di Pizarro e il coito (poi interrotto) di capitan Montolivo. Il tutto, si diceva, nonostante SuperMario abbia lasciato altrove la voglia di giocare, forse tra le cosce di Fanny, sicuramente più aggraziate di quelle di Tomovic.

La Fiorentina, va detto, è una bella squadra. Lo ha dimostrato una volta di più reagendo a una mazzata che avrebbe mandato ko anche un toro: gol del giocatore avversario più odiato e fischiato e inferiorità numerica. Pizarro (episodio del gol a parte) e soprattutto Borja Valero valgono onestamente più di Muntari e del seppur positivissimo Flamini e il trio Ljiajic-Jovetic-Quadrado era oggi molto più ispirato del nostro tridente crestuto. A tal proposito, i capelli di Boateng ricordano quelli di Renato Pozzetto in Mani di fata:

Interessanti prospettive per il futuro

Nelle prossime due partite, il Milan si gioca secondo e terzo posto. Del trittico tremendo (Fiorentina-Napoli-Juve), la partita più difficile era senza dubbio quella di oggi e sinceramente al fischio d’inizio un pareggio non era da considerare un brutto risultato. Fare tre punti col Napoli significherebbe arrivare alla sfida con la Juventus con ancora almeno due partite di vantaggio sui viola e probabilmente quasi due (forza Atalanta, stasera) sull’Inter, a sei giornate dal termine. Un bottino rassicurante, Tagliavento permettendo.

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Chievo-Milan 0-1, alias la partita del cecchino

Chupa, Puggiò!

Chupa, Puggiò!

Nel sabato sportivo quasi perfetto (vince l’Olimpia Milano, perde l’Inter, perde la Fiorentina, perde la Roma, purtroppo vincono la Lazio e il Napoli), si torna dalla Terra dei Pandori con una colomba di Montolivo, sufficiente a piegare la resistenza del Chievo e proseguire la marcia verso quel paradiso chiamato secondo posto. Mentre scrivo non sono deluso (figura retorica meglio conosciuta come litote. Imparate qualcosa, ‘gnoranti!) nell’apprendere della defezione di Stevan Jovetic dalla partita di domenica, Fiorentina-Milan. Anche se Jo-Jo mancava pure all’andata, e…

Toh, Robinho

Meglio non pensarci e parlare della gara di sabato. Sputando naftalina, e con ancora l’odore di canfora addosso, ha fatto capolino il brasiliano che non la mette neppure in una rete a strascico. Robinho si dimostra utile soprattutto nel primo quarto d’ora, quando interpreta a suo modo il ruolo di terzo attaccante di destra, cioè non facendo il terzo attaccante di destra, ma praticamente il trequartista. In questo modo apre una voragine per le folate di Abate, liberandogli uno spazio che il malcapitato Dramè non è in grado di chiudere. Tanto che si ha subito l’impressione di una di quelle partite che possono finire poco a tanto.

Cecchini all’opera

E invece. Invece la partita è praticamente Balotelli contro le mani accartocciate di Puggioni. Il quale dopo aver tentato di respingere a mano aperta il primo bolide di SuperMario, con conseguente respinta corta e tap-in di Montolivo, decide di opporre i pugni alle sei-e-dico-sei punizioni da oltre 25 metri che l’ex Manchester City spedisce nello specchio della porta, che al confronto Oliver Queen levati.

Per la serie cecchini all’opera, chirurgica l’opera dell’arbitro Celi di Carbonara, il quale vede bene di ammonire tutta la difesa dei clivensi (non come qualche suo collega), rea di massaggiare con fin troppo zelo polpacci e caviglie soprattutto del già citato Balotelli. Inevitabile l’espulsione di Dainelli perché Balotelli, belli, non lo fermate nemmeno coi carrelli pieni di scalpelli. Yo bro’.

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Milan-Palermo 2-0, alias massimo risultato con il minimo sforzo

Donati si esibisce in un cosplay di Jiaozi di Dragon Ball

Donati si esibisce in un cosplay di Jiaozi di Dragon Ball

Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, Mario Balotelli fa ciao ciao con la manina ai gufi che speravano in un tracollo psicologico dei rossoneri, e regala ai suoi 3 punti fondamentali nella rincorsa al secondo posto. A farne le spese è un derelitto quanto volitivo Palermo, ridotto ormai a un’accozzaglia di giocatori pescati più o meno a caso e fatti allenare a rotazione un po’ da questo et un po’ da quello. Chissà per quali oscuri motivi i rosanero non vincono una partita da fine novembre, eh Zamparì?

Ripensando al Camp Nou

Due palloni toccati in area di rigore, altrettanti gol. Più una serie di giocate tanto belle quanto utili e una percentuale di errori (pacchiani) più bassa del solito. Chissà come sarebbe andata se SuperWario avesse potuto giocare martedì. Un giocatore così freddo da non risentire praticamente mai della tensione di una partita, come testimonia il fatto che non abbia ancora fallito un calcio di rigore (e ne ha battuti diversi). Ma coi se e coi ma una storia non si fa, anche perché verrebbe fuori una cosa abbastanza brutta tipo Se ma sese mama sema mase mamamase e via dicendo.

Muntari e Flamini

Visto che della gara col Palermo c’è poco da dire (rigore sacrosanto, giusto il giallo e non il rosso a Zapata, partita controllata senza troppi sforzi), vale la pena di spendere qualche parola su due giocatori che nell’ultimo anno stanno vivendo un percorso diametralmente opposto.

Sulley Muntari è arrivato l’anno scorso a gennaio dall’Inter con la patente di operatore ecologico e invece si è trasformato in Frankie Rijkard 2.0. Qualche gol, tra cui il 2-0 alla Juventus diventato un tormentone che al confronto Harlem Shake è il lato B di un lp dei Camaleonti, ma soprattutto una lucidità e una solidità che non erano propriamente le sue caratteristiche migliori. E se chiedere a un interista cosa ricorda con piacere di Muntari, vi risponderà sicuramente il giorno in cui se n’è andato.

Quest’anno sembra essere tornato il Muntari che gli interisti hanno imparato a bananeggiare. Lento, spesso così svagato da addormentarsi con la palla tra i piedi, per non parlare di una quantità industriale di lanci sparati alla viva il parroco. Si segnala giusto per qualche pallone recuperato, troppo poco rispetto al minutaggio che il signor Allegri continua a concedergli.

Minutaggio che, all’opposto, monsieur Flamini si sta giustamente guadagnando a furia di prestazioni convincenti. Il francese ha ritrovato la gamba e il ritmo dei tempi migliori, quando all’Arsenal faceva il cane da guardia di Fabregas: sempre nel vivo dell’azione, inserimenti costanti con e senza palla, prezioso quando si tratta di recuperare i cosiddetti palloni sporchi. Non segna e non ha una gran visione di gioco, ma quantomeno ha l’umiltà di non provare nemmeno giocate che non fanno parte del suo repertorio.

Verso Verona

Due settimane per tirare il fiato e prepararsi al rush finale. A cominciare dal semi-posticipo delle 18.30 che, sabato 30,  vedrà il Milan impegnato sul difficile campo del Chievo. Sarà la prima di nove finali, i 3 punti saranno fondamentali, non bisogna sottovalutare il Chievo, complimenti alla squadra di Corini che sta facendo un campionato importante, viva la fiera delle banalità. Ciao.

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Barcellona-Milan 4-0, alias la leva calcistica del ’94

La sliding door del Camp Nou

La sliding door del Camp Nou

Avete presente quel film in cui Gwyneth Paltrow dice “Se ho tempo faccio un pompino al mio ragazzo?”. Bene, potevo scrivere direttamente Sliding Doors, ma perché privarmi della possibilità che qualcuno googli “pompino” e incappi nel mio blog? Viva il (la? Qualcuno dice la) Search Engine Optimization.

L’apoteosi dei what if nel calcio è sempre “ma se fosse entrato quel pallone?”, una frase che mi ricorda immancabilmente, con una puntina di amarezza, che se fossi alto sei centimetri in più e avessi la faccia di Brad Pitt sarei Brad Pitt. E invece. E invece quel pallone nell’immagine di cui sopra si è stampato sul palo e io non ho la possibilità di cherry-poppare l’imene (dai pervertito smanettatore, googlalo!) di nessuna mia fan sfegatata.

Remuntadestocazzo… e invece sì

Giusto lunedì, nelle poche righe scaramanticamente dedicate alla sfida di ieri, sottolineavo come pensare di ripetere il catenaccio la gara accorta dell’andata fosse una soluzione impensabile, in un campo molto più largo e veloce di San Siro. Non che ci volesse un genio del calcio come Aldo Agroppi (trolololololo) per arrivare a tale conclusione. Bastava vedersi un paio degli ultimi Barcellona-Real Madrid per rendersi conto che in un momento come questo, l’unico modo per sperare di uscire indenni dal Camp Nou è accettare il pressing alto e far sì che l’unica soluzione per i blaugrana sia quella del lancio lungo.

Invece leggo (perché la partita, fortunatamente, non sono riuscito a vederla) che abbiamo ripetuto più o meno lo stesso copione dell’andata. Giustamente prendendo gol nei due momenti dove non andava preso: inizio e fine primo tempo. Perfect timing, insomma.

La remuntada stavolta è andata a buon fine. Evito di dilungarmi sulla dicotomia catenaccio-pressing alto che all’andata (ma come detto in condizioni ambientali totalmente differenti) aveva dato ragione agli adoratori del culto rocco-trapattoniano. Aggiungo solo che mi piacerebbe vedere nei quarti un bel Barcellona-Juventus, sicuro che Conte non ripeta gli errori del Vate del Caciucco. D’altra parte non si capisce perché il pressing alto il Barcellona possa farlo ma non subirlo, come se gli uomini di Roura fossero dotati di qualche polmone in più rispetto agli avversari. Ma tant’è.

Provaci ancora, M’Baye

Non mi sento di addossare alcuna colpa al povero Niang, all’esordio da titolare in Champions League, a soli 18 anni (è nato a fine ’94), non propriamente in uno squadrone, contro l’11 più forte del mondo, in trasferta, nel campo più difficile d’Europa. Che io al posto suo penso avrei foderato le mutande con un rotolone Regina.

Quel palo al 38′ del primo tempo se lo ricorderà a lungo, e come lui tutti i tifosi milanisti. Pochi secondi che potevano già cambiare il corso della sua carriera, farlo diventare l’uomo, anzi il giovanotto con la cresta che ha eliminato l’imperioso Barcellona. Ma io sono sicuro che quel momento, la carriera di Niang, la cambierà davvero. In negativo o in positivo. Da mazzate del genere c’è chi non si è più ripreso e c’è chi invece ne ha fatta una sfida per dimostrare al mondo intero quanto vale. Io sono sicuro: il ragazzo si farà. A differenza del Nino di De Gregori, non ha neppure le spalle strette.

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Genoa-Milan 0-2, alias giochiamo senza l’arbitro

Pazzini

Pazzini mostra a Portanova come ha intrattenuto sua moglie la sera prima. Sua di Portanova ovviamente.

Si torna da Genova con tutto un altro spirito rispetto alla brutta trasferta di gennaio contro la Sampdoria, quando Balotelli era ancora nella City a tirare petardi e ingravidare bei culi a casaccio e la gara di Champions contro il Barcellona una di quelle in cui sì vabbe’, ma che giochiamo a fare. Uno 0-2 senza soffrire più del dovuto, nonostante l’arbitro Damato abbia deciso che gli piaceva di più il calcio fiorentino e che valeva azzoppare gli avversari e stoppare il pallone di mano.

Evviva il turnover

Memore di quando rischiò Thiago Silva contro la Roma, prima dei quarti contro il Barcellona l’anno scorso, l’Allegri Chirurgo schiera titolare l’unica prima punta disponibile in Champions. Che puntualmente si rompe. Pazzini rimane in campo più del dovuto, tra le bestemmie di milioni di rossoneri che al grido cambialo, coglione! Mai si sarebbero aspettati quanto sarebbe successo di lì a poco. Perché stavolta il coglione (cit.) la combina giusta: la versione gambadilegnesca del Pazzo si figura l’immagine di Portanova al posto del botticellesco Frey e, in un tripudio di sostantivi aggettivizzati, s’inventa una parabola delpieresca che si infila là dove non batte nemmeno la Minetti il sole.

Segue intervento omicida di Bertolacci, che cerca di rimuovere d’emblée la tibia di Muntari e purtroppo non ci riesce. Conseguentemente c’è il serio rischio che il ghanese, francamente pessimo quando non si tratta di limitarsi a menare calci a vanvera, possa essere schierato anche martedì al Camp Nou. O Nou Camp. O come chezzo si dice (ri-cit.). Ma di quella partita, anzi de LA partita parleremo fra poco.

Festival dei calci

Giusto il tempo di ricordare l’ammonizione-record di Balotelli, evidentemente desideroso di emulare Gianfranco Zola contro la Nigeria nel Mondiale del 1994. Nel senso che si vede sventolare un cartellino assurdo al primo intervento, solo che fortunatamente stavolta è di colore giallo. Prendiamo nota che Damato ha già completamente perso le redini della partita dopo neanche venti minuti e passiamo ai prossimi scempi.

Dei tre rigori di cui si lamenta il Genoa, francamente nessuno pare nettissimo, almeno se visto in tempo reale. Il tocco di mano di Zapata non è assolutamente volontario, perché il colombiano ha il braccio attaccato al corpo. Quello di Niang invece sì, ma a prima vista sembrava che la palla avesse toccato prima il petto e poi il braccio, non viceversa. Lo stesso francesino in area sfiora Granqvist, due metri e quaranta per trecentotrenta chili, che vola a terra colpito da leptospirosi improvvisa. Se questo è il rigore più visibile dei tre…

Nel frattempo è il Milan a rimanere in dieci, perché Bovo stupra Constant e si becca soltanto un cartellino giallo, mentre la controfigura abbronzata di Ibra viene mandata anzitempo sotto la doccia. Ma fa niente, perché Abbiati fa buona guardia e il Grifone può suggere a profusione dall’inverecondo apparato riproduttore di Adriano Galliani e compagnia.

Remuntadestocazzo

E addiveniamo alla partita che può cambiare la stagione del Diavolo. Perché onestamente passare il turno, anche per il rotto delle chiappe, può essere un’iniezione di fiducia di quelle che poi magari fai la fine del Chelsea dell’anno scorso. Difficilmente il Milan potrà ripetere la gara d’andata, perché il campo del Barcellona è infinitamente più largo e il terreno di gioco molto più veloce rispetto al manto erboso di San Siro. Chiudere le linee di passaggio diventa praticamente impossibile ed è da mettere in conto che i blaugrana possano avere almeno 3-4 palle gol nitide. Il che significa essere fortunati a prendere meno di due gol. Il che significa che bisogna cercare di farne almeno uno.

In Catalogna la menano da giorni con la remuntada e sinceramente, dopo gli ultimi risultati non certo brillanti, un Barcellona ferito nell’orgoglio fa paura. Inneggiano alla remuntada in barba alla tremenda sfiga che si sono portati tre anni fa, quando furono eliminati a sorpresa da quella provinciale di cui non ricordo il nome, ma che se non ricordo male fa rima con merda.

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Milan-Lazio 3-0, alias non l’ho mica vista ma…

… ma se ogni volta che non guardo la partita si vince 3-0, smetterò. A dirla tutta non avevo visto nemmeno, per esempio, la sciagura di Malaga-Milan, periodo in cui l’Allegri Chirurgo, in stato di panico evidente, scambiava fegati per milze scombinando gli organi della squadra un po’ a casaccio. Così, per vedere se va bene spostare un polmone all’altezza del gluteo. Ma quelli sono tempi che furono e oggi diamo atto al Vate del Caciucco di aver dato finalmente una parvenza d’impronta di gioco a questa squadra.

CACCIA AL SECONDO POSTO – Visto che della partita non posso parlare, avendo adocchiato soltanto l’espulsione di Candreva  – giusta a norma di regolamento, come ha detto Tinto Braschi (checché ne dica Longhi, evidentemente fermo al regolamento del Subbuteo) – e i tre gol, non mi resta che valutare l’ipotesi di arrivare addirittura al secondo posto. Guardando al calendario non è impossibile, ma è molto difficile. Soprattutto se si dovesse riuscire in una certa impresa che per non gufare non staremo qui neppure a citare.

Il Napoli non ha impegni e si sta giocando il bonus-Cavani. Nell’arco di una stagione ci sta che un bomber non riesca a segnare per 5-6 partite di fila, o anche di più, perciò quando il Matador tornerà a gonfiare la rete saranno ortaggi amari per tutti. Penso che molto si deciderà nella sfida di San Siro ad aprile, dove urge arrivare a non più di 3-4 punti di distanza. Ma siamo a inizio marzo e di cazzi da cagare, per dirla alla Trilussa, ce ne sono ancora parecchi.

Per stavolta è tutto, conto di essere più prolisso già da Genoa-Milan.

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Inter-Milan 1-1, alias ma va bene così

Handanovic, e la mancanza carenza di materiale umano per le rotazioni a centrocampo – per dirla alla Dan Peterson – ci impongono un pareggio in un derby che nel primo tempo avrebbe potuto già essere chiuso a tripla mandata e buttare la chiave, grazie. Invece nella ripresa caliamo come la pressione del nostro presidente, l’uomo col cazzo intorno, mentre guarda gli exit poll, e finiamo in affanno contro la banda Strapacchioni. Prima della gara l’importante era non perdere, al triplice fischio finale la sensazione è che s’è gettata al vento una bella occasione per non dico ipotecare, ma quantomeno IPOTECARE (maiuscolo urlato) il terzo posto.

BUON PRIMO TEMPO – Pronti-via e la coppia El Shaarawy-De Sciglio ridefinisce il concetto di sfondare, perculando a più non posso il povero Nagatomo, con Guarin che, già fuori ruolo, non capisce bene cosa cazzo faccia in una squadra di casciavit del genere. Montolivo continua da dove aveva finito, cioè recuperando palloni e ricamando calcio che è un piacere, anche se spesso è Muntari a vestire i panni del regista, nonostante un paio di piedi tetraedrici. Nocerino fa il suo, Mexes prende il suo solito giallo da camicia di forza e tutto sembra volgere per il meglio.

Se non fosse per colpa di un Balotelli evidentemente più teso di quanto non appaia all’esterno, il risultato del primo tempo avrebbe dovuto essere almeno Milan 3, banda Stracucchiuni zero. Invece il negretto di famiglia fa fare un figurone ad Handanovic in un paio di occasioni, mentre in una terza scivola sul più bello. Ma va bene così, ché l’Inter non sembra avere la forza di pungere, con il diversamente magro Cassano ben controllato e Palacio che girovaga nella speranza che qualche cristiano gli dia almeno un pallone giocabile.

FINISCE LA BENZINA – Nel secondo tempo Strafalcioni sposta Nagatomo di qua e Zanetti di là e tutti a dire oh quanto è bravo che ha capito come fermare il Milan. In realtà cominciano a farsi sentire le scorie della vittoria di mercoledì col Barcellona: il baricentro rossonero si abbassa paurosamente, El Shaarawy non ne ha più e Muntari si muove spinto solo dalla forza di gravità dettata dal peso della sua minchia. E tutti a dire ma perché cazzo Allegri non fa un cambio. In realtà, tolti Niang e Krkic, che comunque sono entrati per i due esterni alti, a centrocampo c’era ben poco da fare. Ambrosini ha bisogno di almeno un paio di mesi per recuperare il fiato dopo la gara di mercoledì e Traorè è semplicemente imbarazzante per poter essere schierato a risultato non acquisito. Non l’avrei mai detto, ma quanto ci mancano De Jong Flamini.

Così succede che Nagatomo trotterella a sinistra e non gli pare vero di vedere un due contro due nell’area del Milan. Chiaramente Il Fine Pensatore di Rodin non può giocare due partite consecutive senza una cappella: si dimentica di saltare su Schelotto, che si trasforma per un attimo da bidone in Oliver Bierhoff e di testa fa 1-1. Dopo il gol l’ex atalantino si mette a frignare come una femminuccia perché lo prendono in giro da quanto è brutto, o più probabilmente perché sa benissimo che quello sarà il primo e unico gol importante da qui al duemilasempre.